Dirigente scolastico

PresideGIUSEPPE PEZZA

 “Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno” (Oscar Wilde)

 “La ricompensa per una cosa ben fatta è averla fatta”  (Ralph Waldo Emerson)

“Per educare un giovane, ci vuole tutto il villaggio” (proverbio africano)

"Nessuno di noi è; ognuno diventa insieme agli altri" (anonimo)

I più prestigiosi Istituti Tecnici italiani (dal "Rossi" di Vicenza allo "Avogadro" di Torino, dallo "Aldini-Valeriani" di Bologna al "Malignani" di Udine, dal "Ferraris" di Verona al "Sella" di Biella e al "Montani" di Fermo e al "Majorana" di Brindisi), appartenenti quasi tutti al centro-nord della penisola, sono tutti significativi esempi di quel concetto di Scuola come soggetto "vivo" in grado di riconvertirsi didatticamente e adattarsi alle trasformazioni della società, del contesto e, se necessario, del "mercato", quest'ultimo nella sua accezione più nobile e culturale.

Solo 3 anni fa, mettendo da parte inutili e fuorvianti pregiudizi di carattere ideologico, il 13 febbraio 2013 anche CONFINDUSTRIA. CGIL CISL e UIL hanno sottoscritto un patto per "una formazione per la crescita economica e l'occupazione giovanile", individuando indirizzi comuni per sostenere l'innovazione nei campi dell'orientamento, dell'istruzione tecnica e professionale, della professione insegnante, dei Poli Tecnico Professionali e degli ITS, dell'apprendistato e dei Fondi Interprofessionali.

Nell'accordo, tra l'altro, si afferma che, per crescere sul piano economico e per sviluppare politiche che contengano la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile, occorre un cambiamento culturale che rimetta il lavoro e l'impresa al centro del sistema educativo.

 Altrettanto ricco di ottimi propositi da verificare nel corso dei prossimi mesi è da considerare il Protocollo d’Intesa tra il MIUR e Confindustria siglato il 27 novembre 2015, il quale dovrebbe tra l’atro costituire la premessa per l’effettivo e proficuo svolgimento delle attività obbligatorie di alternanza scuola – lavoro per tutti gli studenti della scuola secondaria superiore.


PREMESSA

Ogni giorno, venendo al lavoro, mi chiedo: ‘’Da studente, mi piacerebbe frequentare la scuola che dirigo da preside? Mi sentirei bene e a mio agio? ‘’.

Queste domande, e la ricerca delle possibili risposte, per me sono importanti, perché ritengo che, senza avvertire il piacere di fare una cosa, specialmente per ciò che riguarda l'apprendimento, non si riesce a fare e ad imparare alcunché.

Alcune volte mi rispondo: ‘’No, non mi piacerebbe e non ci starei bene" e allora provo a migliorare le cose, consapevole del fatto che ‘’il meglio, a volte, è nemico del bene’’; ciò nonostante, è necessario provarci e sperimentare seriamente le novità. Intendo precisare che ‘’il piacere di imparare’’ e lo ‘’star bene’’ a scuola cui mi riferisco non mi inducono a pensare e a promuovere un modello di scuola di basso profilo, ‘’amicona’’, ‘’tollerante’’, ‘’festaiola’’, ma a creare un ambiente educativo di apprendimento tale da rendere interessanti le cose che facciamo e di consentire ad uno studente di sentirsi attratto e soprattutto "in grado" di affrontarne le difficoltà.

Sono convinto infatti che lo "star bene a scuola" di un adolescente, soprattutto del primo biennio, dipenda soprattutto da tre aspetti:

1.    sentirsi accettato e integrato nel gruppo di appartenenza (in particolar modo la classe);

2.   sentirsi in grado di affrontare i compiti e le difficoltà (provocate soprattutto dallo studio, ma anche dalla presenza di nuovi soggetti con cui rapportarsi);

3.   sentirsi protagonista, per potersi "esibire" di fronte agli altri (compagni, docenti, preside, genitori, ecc.).

Quando i primi due aspetti non vengono adeguatamente curati, accade che il sentimento di inadeguatezza verso le nuove difficoltà (dello studio, dei compagni, dei docenti) faccia scattare un meccanismo compensativo che porta l'adolescente, per sentirsi protagonista, a "doversi" affermare, farsi notare e richiedere attenzione in altro modo; di qui la deviazione verso atteggiamenti negativi, ancorché facili da adottare:

- chiusura emotiva (ripiegamento su se stessi, silenzio, "assenza");

- "iperattivismo" non patologico (esuberanza eccessiva, evasione, ecc.);

- rifiuto implicito (disinteresse, disimpegno, ritardi, assenze, malesseri psicosomatici, ecc.);

- rifiuto esplicito, contestazione e violenza (linguaggio osceno, aggressività, conflitti, ecc.);

che sono l'anticamera della dispersione e della "mortalità" scolastica, prima delle quali c'è di solito un lungo elenco di "infortuni" e di "incidenti di percorso" (rapporti, sospensioni, bocciature, ecc.).

Magari scomodando Piaget, è evidente che i due processi (assimilazione e accomodamento) che caratterizzano l'adattamento di un individuo (ad un gruppo, a nuove regole, a nuovi contesti) devono essere supportati e facilitati mediante la proposta di attività adeguate allo scopo, le quali promuovano correttamente la crescita emotiva, l'autoefficacia, l'autostima e la resilienza.

Siamo soliti affermare che i nostri ragazzi non conseguono buoni risultati di apprendimento perché non studiano, ma dovremmo riflettere sull'ipotesi che il mancato impegno di studio sia già un effetto del disadattamento trascurato, piuttosto che la causa del mancato successo formativo.

 

 LA SITUAZIONE E LE DOMANDE

Allo scadere del triennio per il quale questo Piano è pensato, sarà trascorso poco meno di un decennio dall’entrata in vigore delle norme previste dal D.P.R 88/2010 e dalle relative Linee Guida di riforma della scuola secondaria di secondo grado.

Il Piano dell’Offerta Formativa del nostro Istituto, appartenente al settore Tecnologico, con indirizzo "elettronica ed  elettrotecnica" e tre articolazioni "elettronica, elettrotecnica (che prevede anche un percorso in autonomia denominato “elettromedicale”) ed automazione’’, deve tener conto del fatto che ormai il tempo della sperimentazione e della prevedibile fase critica di transizione deve ritenersi abbondantemente esaurito, anche se permangono alcune criticità di fondo, tra cui:

  • la diminuzione del "tempo scuola" (riduzione che comunque acquista un senso se proviamo a ragionare nel modo che vedremo in seguito) e degli organici di tutto il personale;
  • la necessità di riconversione professionale/disciplinare specifica (oltre che metodologica e didattica) dei docenti, portatori di consuetudini professionali radicate e pluriennali, in assenza peraltro di una definitiva sistemazione delle classi di concorso;
  • la scarsità, meglio dire l'insussistenza fino a tutto l’a.s. 2014/15 di risorse aggiuntive per la formazione/ricerca/sperimentazione e la reale attuazione di tale riconversione, soprattutto nella convinzione che l'unica forma di aggiornamento significativo sia quello della ricerca-azione, ancor più bisognosa di specifici finanziamenti come sta avvenendo solo da quest’anno;
  • la perdurante scarsa chiarezza circa gli strumenti della valutazione e dei relativi percorsi/processi che essi sottintendono: valutazione disciplinari (scheda), valutazione per competenze, valutazione secondo il "metodo" INVALSI, strettamente connessa con l'esigenza di avere definitive indicazioni sulle modalità di svolgimento dell'esame di stato, la qual cosa induce anche i docenti più disponibili al cambiamento ad avere dubbi e incertezze operative;
  • il persistente gap tra quelli che il MIUR considera gli acquisiti standard di competenza degli studenti provenienti dalla scuola secondaria di 1° grado e il livello effettivo raggiunto, tenendo presente il fatto che anche la scuola media ha riformato il percorso solo da qualche anno scolastico e gli studenti arriveranno alla secondaria superiore, veramente "riformati", forse solo nei prossimi anni.

D'altra parte, è d'obbligo cominciare a chiedersi:

1.      quali effettivi cambiamenti sono avvenuti nella nostra scuola, soprattutto nella pratica didattica quotidiana?

2.      quali ne sono gli esiti? quali sono le impressioni di studenti, docenti e genitori?

3.      è effettivamente cambiato qualcosa in meglio, come ovviamente era nelle intenzioni del legislatore?

4.      quali sono le criticità e gli aspetti da correggere, in particolare quelli che dipendono da noi e dalle nostre scelte programmatiche e professionali?

Una serie di risposte sono arrivate dagli esiti del R.A.V. e su queste abbiamo cercato di costruire la proposta triennale dell’offerta formativa così come delineata nelle pagine che seguono.

 

LA MISSION

 In estrema sintesi, secondo il progetto riformistico, le attività scolastiche di un istituto come il nostro devono "mirare al lavoro", nel senso di (ri)-costruire un ponte effettivo tra la preparazione scolastica e le esigenze professionali di aziende e imprese di settore; per evitare equivoci con la mission degli istituti professionali, è bene chiarire che si tratta di una preparazione scolastica di livello specifico e tecnico, che mira ad ottenere se possibile competenze di livello medio-alto.

L'obiettivo di mirare al lavoro è particolarmente impegnativo, data anche la particolare contingenza nazionale e internazionale; ciò nonostante, anzi proprio per questo, è necessario utilizzare tutte le (poche) risorse disponibili per conseguirlo, non senza aver sottolineato l'importanza di una convinta e consapevole condivisione di tale obiettivo tra studenti, docenti e genitori, ma anche aziende, Centri per l'Impiego, Università, Enti di formazione, altre istituzioni.

 Noi crediamo nel lavoro.

 Noi crediamo nel lavoro e nella possibilità per i nostri ragazzi di trovarlo, di crearlo e di affrontarlo, nonostante la situazione nazionale e internazionale.

Ci crediamo perché siamo cittadini italiani e, quindi, rispettiamo le scelte fondamentali di 50 milioni di persone che circa 70 anni fa decisero di "costituirsi" in uno stato repubblicano e, al primo articolo della loro Costituzione, concordarono di scrivere che "l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".

Ci dobbiamo credere perché siamo cittadini che, a loro volta, svolgono un lavoro che ha a che fare con l'istruzione, l'educazione e la formazione dei giovani italiani e lo fanno in una scuola particolare, che si chiamava ITIS e che oggi si chiama "Istituto del Settore Tecnologico", al quale per legge  è affidato il compito di "far acquisire agli studenti le competenze necessarie al mondo del lavoro e delle professioni", oltre alla "capacità di comprensione e applicazione delle innovazioni che lo sviluppo della scienza e della tecnica continuamente produce".

Questa è la nostra mission, il nostro scopo ultimo, il motivo della nostra esistenza come scuola e, al tempo stesso, ciò che ci distingue dalle altre scuole.

Noi rispettiamo le leggi dello Stato italiano e quindi crediamo nell'Europa, perché "l'ordinamento scolastico italiano, nel rispetto della responsabilità di ciascuno, per quanto riguarda il contenuto dell'insegnamento e l'organizzazione del sistema di istruzione, favorisce la cooperazione tra gli Stati membri della Comunità europea per lo sviluppo di una istruzione di qualità e con dimensione europea".    

Noi crediamo nel lavoro e nella funzione decisiva della scuola e della cultura nella nostra società, non solo per lo sviluppo della persona, ma anche per il progresso economico e sociale.

 

LA VISION

Noi crediamo nella funzione fondamentale degli insegnanti nel ‘’far acquisire agli studenti le competenze necessarie al mondo del lavoro e delle professioni ’’, secondo quanto previsto dalla legge, la quale detta le finalità e le impostazioni generali dell'attività didattica nelle scuole italiane.          

In un Istituto del "settore tecnologico" dobbiamo:

1.         essere protagonisti dell’innovazione;

2.         superare concezioni culturali fondate su un rapporto sequenziale tra teoria/pratica;

3.         superare concezioni culturali fondate sul primato dei saperi teorici;

4.         favorire le condizioni per l’autoapprendimento degli studenti;

5.         favorire le condizioni per il lavoro di gruppo e la collaborazione tra pari;

6.         valorizzare il metodo scientifico e il sapere tecnologico;

7.         valorizzare la creatività, la curiosità, l’immaginazione, la ricerca, la costruzione di prodotti;

8.         costruire percorsi di studio che diano significato alla "storia", alle scelte, al "progetto di vita" per una società più giusta e solidale, creando una visione che accomuni studenti e docenti;

9.         mantenere la specificità delle discipline proiettata al raggiungimento delle competenze richieste dal mondo del lavoro e delle professioni;

10.      scegliere metodologie didattiche coerenti con l’impostazione culturale dell’istruzione tecnica e cioè:

  •  metodi induttivi e partecipativi;
  • intensa e diffusa didattica di laboratorio, da estendere anche alle discipline dell’area di istruzione generale (italiano, inglese, matematica, ecc.);
  • utilizzare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione;
  • sviluppare attività progettuali;
  • promuovere stage, tirocini e alternanza scuola-lavoro.

Ogni giorno, questa scuola apre le porte a circa 1.500 persone, a loro volta collegate con migliaia di altre persone (genitori, istituzioni, aziende, ecc.), per cui crediamo nella scuola come Comunità Educante, ci arricchiamo attraverso il lavoro collaborativo, contribuiamo alla creazione di una comunità professionale ricca di relazioni, orientata all'innovazione e alla condivisione delle buone pratiche; ci fondiamo sulla fiducia e sull'ascolto reciproco, sull'empatia e sulla socievolezza, perché vogliamo crescere tutti, e tutti insieme compiere l'impresa di istruire e formare le nuove generazioni che ci sono affidate.

Il ruolo del dirigente scolastico in questa Comunità Educante non è gerarchico (per gli aspetti pedagogico-didattici), bensì di leadership educativa e la sua professionalità "si esprime nella costruzione e nella gestione del quadro di regole concordate, all'interno delle quali si muovono i docenti" (P. Romei).

 

IL METODO DI INSEGNAMENTO

 Noi crediamo che gli insegnanti non possano trasmettere le cose che sanno "trasferendole" verbalmente nella testa degli studenti, perché non ce ne sono né il tempo, né la possibilità e, soprattutto, tale comunicazione non avviene se il ricevente (lo studente) non è adeguatamente informato, orientato, motivato, entusiasmato sulle competenze da acquisire, affinché poi lo studente stesso riesca a provvedere al loro (auto)-apprendimento.

Crediamo invece di poter selezionare i contenuti disciplinari, facendone una scelta mirata e funzionale nei diversi Dipartimenti, da rispettare poi nei Consigli di classe e nelle classi, utilizzando le poche ore al mattino soprattutto per seminare orientamento, interessi, motivazione e metodo di studio; non è una scoperta dei nostri tempi, ma è stato "il Problema" di tutti i tempi: circa 2.500 anni fa, Agatone, allievo di Socrate, aveva l'illusione che il suo cervello fosse un contenitore dentro il quale il maestro avrebbe potuto versare "il liquido del suo sapere", ma Socrate distoglie il suo allievo dall’illusione che conoscere significhi riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcun altro, in quanto il compito di un insegnante è quello di generare amore sul sapere, più che distribuire sapere.

Per fare ciò, noi crediamo che:

1.    sia importante avere chiaro il "ritratto" finale del diplomato di questo Istituto: quanto più e meglio i docenti del settore di indirizzo sapranno declinare e "spiegare" ai colleghi il PECUP già previsto dalla legge, con gli eventuali aggiustamenti contestuali, frutto delle indicazioni del C.T.S (Comitato Tecnico Scientifico) e quindi delle aziende e dei Centri per l'impiego (oltre che degli I.T.S e delle Università), tanto prima il nostro lavoro acquisterà un senso compiuto e risulterà utile ai nostri ragazzi/e, oltre a darci maggiori soddisfazioni;

2.    sia importante che noi, insegnanti di tutte le discipline/materie, ci mettiamo d'accordo per integrare i saperi e decidiamo di prenderci per mano per portare i ragazzi verso la meta delle competenze descritte nel PECUP, che sono una sintesi di sapere, saper fare e saper essere in determinati contesti, in particolare quelli lavorativi, nel nostro caso imprenditoriali e aziendali di settore, con i quali stringere intenzionali e continue occasioni di confronto, di alleanza e interazione;

3.    adottando i metodi di cui ai punti 1) e 2) sarà possibile stare meglio nelle classi con gli studenti; ciò nonostante, siamo convinti che la prima e forse la più importante delle cose che si imparano a scuola è stare insieme agli altri, per cui, soprattutto nei Consigli di classe e a cura dei Coordinatori, è necessario porsi il problema di come "gestire" un'unità organizzativa complessa qual è una classe di adolescenti del 2016, problema reso ancor più complicato dal fatto di doverla gestire insieme ad una dozzina di colleghi; non esistono "leggi scientifiche", ma è necessario approfondire l'argomento e, insieme a ciò che già sappiamo grazie all'esperienza, decidere, condividere e adottare i più semplici accorgimenti utili all'organizzazione didattica: dalla sistemazione dei banchi all'effettiva e funzionale divisione della classe in gruppi, dalla peer education al tipo di linguaggio/comportamento da usare per la definizione di regole condivise; nonostante tutto ciò, i risultati potrebbero non essere soddisfacenti, ma almeno abbiamo provato a fare meglio il nostro mestiere.

 

IL METODO DI APPRENDIMENTO

Non c'è possibilità di alcun apprendimento significativo, soprattutto per fini lavorativi (nella migliore delle ipotesi oggi riusciamo ad ottenere da pochi un apprendimento solo mnemonico di alcune conoscenze disciplinari, poco spendibili nel mercato del lavoro) se gli studenti non partecipano attivamente a tale apprendimento.

Il riscontro di questa "banale" verità non avviene solo nella verifica/constatazione dello studio (non) effettuato e dall'impegno (non) profuso dallo studente (questi sono già effetti e non la causa), ma soprattutto dal fatto che si impara veramente solo ciò che piace, con la presenza viva del docente che accresce il piacere delle cose da imparare e che ci insegna come studiare quello che ci piace; la partecipazione non può nascere dall'aridità e dal nonsense dei contenuti disciplinari singolarmente presi e proposti, bensì dalla nostra capacità di dotarli di senso in relazione ad una competenza descritta e adeguatamente promossa.

Alla luce delle più recenti e accreditate teorie sull'argomento abbiamo, prima di tutto, una certezza: il modo in cui abbiamo appreso noi, con i nostri metodi di studio, è attualmente improponibile; scorrendo le competenze europee che dovremmo assicurare trasversalmente ai ragazzi, ci rendiamo conto  di possederne ben poche (i più bravi, al massimo un paio sulle otto previste), perché nessuno ha creato le condizioni affinché ciò accadesse: parlare correntemente almeno una seconda lingua, imparare ad imparare long life, lavorare in gruppo, affrontare le situazioni mediante le tecniche del problem-solving, utilizzare le tecnologie della società dell’informazione, tradurre le idee in azione con la creatività, l’innovazione, la capacità di scegliere, pianificare e gestire progetti per raggiungere obiettivi.

Per questo ci troviamo spesso in difficoltà a lavorare nei Consigli, ad affrontare una innovazione, a utilizzare un software, ad assumerci una responsabilità di scelta, ma se ormai proprio non possiamo acquisirle tali competenze, proviamo almeno a non ripetere gli errori che altri hanno compiuto su di noi.

Inoltre, siamo convinti che:

1.      oltre che individuale, l'apprendimento è un processo sociale, nel senso che esso avviene in un contesto di relazioni e in un costante dinamismo costruttivo tra soggetto che apprende e soggetto che insegna, tra esperienza, scambi interpersonali e nuove conoscenze;

2.     l'apprendimento è un processo collaborativo e cooperativo (qualche volta anche con una sana competizione, da incentivare tramite una corretta gamification), nel senso che non c'è possibilità di apprendimento se non prepariamo un "setting" di interazione, negoziazione, cooperazione con gli altri (i compagni di classe, il gruppo dei docenti, gli altri soggetti "fonte" di informazioni e notizie), che sia premessa dell'altra parte dell'apprendimento derivante dall'impegno solitario, riflessivo ed individuale, tipico della situazione casalinga;

3.     l'apprendimento è una continua esperienza, nel senso che c'è una continua ricostruzione delle esperienze fatte, agganciate a nuove conoscenze significative; esso, cioè, non avviene "per sovrapposizione" (conoscenza 1, su conoscenza 2, su conoscenza n), ma secondo una "rete" orizzontale, ricca di senso e di motivazione (basterebbe osservare la "rete" del nostro cervello che, fra l'altro, è il primo e più importante circuito elettrico...).

 

LE TECNOLOGIE DIDATTICHE DELLA COMUNICAZIONE

Noi crediamo che il valore aggiunto della tecnologia e dell'utilizzo didattico dei nuovi strumenti di comunicazione e condivisione tra docenti, studenti, genitori e altri soggetti discenda dalle suddette convinzioni e teorie riguardo all'apprendimento, teorie sulle quali riflettere e che dobbiamo fare nostre e condividere consapevolmente fra tutti i soggetti coinvolti, nella certezza che il nostro mestiere prevede la conoscenza di come si apprende, oltre a cosa apprendere.

La tecnologia, dunque, non è il fine, bensì il mezzo ritenuto più adatto per conseguire le competenze del PECUP nei modi indicati dalle Linee Guida.

La tecnologia, che non è scienza, si esprime infatti come "la totalità di mezzi e delle risorse impiegate dagli individui per realizzare in maniera efficace altre risorse materiali per il benessere del genere umano", anche perché può incidere profondamente e velocemente sulla vita degli individui e sullo sviluppo dell’economia e della società.             

Nel suo libro “Umanesimo tecnologico e istruzione tecnica”, Claudio Gentili, in passato Direttore dell’Education di Confindustria, contribuisce a definire appunto l’identità dell’Istruzione Tecnica connotandola come quel “luogo” dove “sapere” e “saper fare” si intrecciano strettamente per costruire conoscenze e competenze professionalizzanti e dove si afferma che da sempre la “tecnologia” indica la ricerca e l'esito di soluzioni per problemi pratici.

Ovviamente l'apprendimento ha tante altre caratteristiche rispetto a quelle descritte nelle pagine precedenti, alcune delle quali ancora da scoprire, ma bastano quelle a giustificare, anzi a richiedere esplicitamente l'uso delle tecnologie didattiche, le quali sembrano rispondere perfettamente ai requisiti richiesti dalle suddette modalità di apprendimento:

1.     mettere i docenti in rete tra di loro;

2.     mettere in rete docenti e studenti,  creando gruppi all’interno di ciascuna classe, utili per il lavoro collaborativo e da realizzare insieme;

3.     scaricare risorse dalla rete e condividere materiali didattici, creando una biblioteca virtuale;

4.     attribuire compiti da svolgere e valutare il contributo degli studenti;

5.     realizzare verifiche di ogni genere e tenere traccia delle valutazioni;

6.     condurre sondaggi della didattica in classe, chiedendo pareri agli alunni, impostando attività particolarmente significative per loro e verificando eventuali necessità di recupero;

7.     creare messaggi particolarmente rilevanti, per la creazione di promemoria di prove di verifica, scadenza di presentazione di lavori, ecc.

8.     uno per tutti: agevolare il protagonismo e l'attivismo dei ragazzi e, quindi, un apprendimento significativo, utile per il lavoro e le professioni del nostro settore di riferimento.

Il Piano Nazionale per la Scuola Digitale è ispirato da queste convinzioni e lo afferma esplicitamente quando fa riferimento al fatto che “le tecnologie diventano abilitanti, quotidiane, ordinarie, al servizio dell’attività scolastica”, ricongiungendo di fatto gli ambienti e le persone della scuola: docenti, classi, locali comuni, spazi laboratoriali, spazi individuali e spazi informali, “anche se gli obiettivi primari sono quelli del sistema educativo: le competenze degli studenti, i loro apprendimenti, i loro risultati, e l’impatto che avranno nella società come individui, cittadini e professionisti”.

 

SINTESI DIDATTICO - METODOLOGICA

 Proviamo infine a fare un quadro sinottico del "vecchio" e del "nuovo", visto dalla prospettiva didattica quotidiana, sicuramente incompleto e ancora parziale, ponendoci l'obiettivo di arricchirlo strada facendo con le dirette esperienze dei docenti con le classi:

Prima della Riforma:

Il Docente...

Dopo la Riforma:

Il Docente...

note

...riceve il programma dal MIUR e lo "svolge"

… legge il PECUP dello studente e riflette sull'apporto che la propria disciplina/materia può dare al conseguimento delle competenze in esso previste

Il programma non esiste più dall'a.s. 2000/01 ed è sostituito dal curriculum dello studente definito dai docenti

...organizza la propria attività in relazione al programma ricevuto dal MIUR, al calendario scolastico e ai libri di testo adottati

… si confronta in Dipartimento con i colleghi per definire e condividere i saperi essenziali della sua disciplina funzionali al PECUP, da inserire nello sviluppo di Unità di apprendimento, facendo ricercare agli studenti le fonti ritenute attendibili

L'accordo in Dipartimento e tra i Dipartimenti  è condizione essenziale di qualità, per dare coerenza all'azione didattica e definire obiettivi, contenuti e tempistica delle Unità di apprendimento

...agisce in maniera autoreferenziale, adottando metodi e criteri personali

… si confronta nel Consiglio di classe per  definire e condividere i metodi, i criteri e le regole generali di approccio alla classe, per il comportamento e lo sviluppo delle UU.AA.

L'accordo è fondamentale anche in Consiglio ed è funzionale anche alla tenuta della classe e allo sviluppo delle attività didattiche

… si impone e si oppone alla classe, rivendicando potere e autorità, fuori da un riconosciuto e condiviso sistema di regole

… organizza e gestisce la classe secondo le modalità condivise in Consiglio, creando gruppi, stabilendo regole, assegnando ruoli e funzioni,  inducendo alla collaborazione tra pari

La classe non è la somma di n° tot individui, ma è un'unità organizzativa complessa, da gestire secondo regole precise e soprattutto unitarie e condivise; fondamentali sono la relazione di aiuto tra gli studenti, la peer education e la personalizzazione

… entra in classe e comunica/trasmette i contenuti della sua disciplina, utilizzando un codice prevalentemente verbale, finalizzato al "travaso" di conoscenze e rispondente al meccanismo: io parlo, tu ascolti

… entra in classe e spiega il PECUP, chiarendo il contributo che dà la sua disciplina alle competenze previste; solo dopo comincia ad approfondire i principali contenuti disciplinari , utilizzando ogni codice ritenuto utile a sviluppare la partecipazione attiva dello studente

Nessuno impara ascoltando, nemmeno gli adulti..., anzi si dimentica in fretta buona parte di quanto ascoltato; vedendo,  si ricorda qualcosa, ma solo facendo ed "emozionandosi" si impara  e si apprende in maniera duratura e significativa.

… segue una programmazione individuale, secondo lo sviluppo di unità didattiche da lui programmate

… segue la programmazione collegiale, secondo le unità di apprendimento deliberate dagli OO.CC (Collegio, Dipartimento, Consigli di classe)

la libertà d'insegnamento (principio costituzionale riconosciuto e ineludibile) si esplica negli OO.CC di cui il docente è membro, i quali seguono il principio democratico della relazione maggioranza/minoranza; fuori dagli OO.CC ogni scelta è arbitraria

Entra in classe e procede a dare risposte a domande non poste

Procede a suscitare domande cui poi dare risposte, cercandole insieme ai ragazzi

Ogni umana conoscenza è derivata dal porsi domande scaturite dal bisogno e cercando una risposta

Interroga ed effettua altre prove, valutando le conoscenze memorizzate dallo studente nella propria disciplina; quindi assegna voti e informa il Consiglio durante le riunioni quadrimestrali

 

Interroga ed effettua ogni tipo di prova ritenuta necessaria e condivisa in Dipartimento e Consiglio, mirando però soprattutto a valutare, insieme ai colleghi, la competenza dello studente prevista per ogni Unità di Apprendimento

A chi serve la valutazione? Ovviamente allo studente e alla sua famiglia, per consentire  una costante autovalutazione del percorso seguito in relazione agli obiettivi del suo personale "progetto" di vita e di lavoro

Il Dirigente Scolastico,  Giuseppe Pezza

Submit to FacebookSubmit to Google BookmarksSubmit to Twitter

Questo sito utilizza i cookies per realizzare alcune funzionalità e migliorare la navigazione. Tutti i dettagli sono riportati nell'Informativa. Proseguendo con la navigazione si accetta l’utilizzo dei cookies.